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In un mondo in rapida evoluzione è normale che anche certe
parole vengano fagocitate dai processi innovativi ed accantonate
come “desuete”. Dov’era finito il maestro di quella che, in un tempo
non tanto lontano, si chiamava scuola elementare? Soppiantato dalla
nuova figura del docente, cioè di colui che insegna…Eppure è bastato
un recente decreto ministeriale per farlo tornare alla ribalta e per
animare un acceso dibattito sulle future prospettive della scuola
legate alla sua “riesumazione”. L’explicatio terminorum è
fondamentale per ridefinirne ruolo e professionalità: analizzando
l’etimologia del termine “maestro” dovremmo, noi che apparteniamo
alla categoria, sentirci orgogliosi di esserlo. “Maestro” deriva,
infatti, dal latino “magister” (da magis, di più); in ebraico
maestro è “rabbi”, che significa “grande” ed in sanscrito “guru”,
pesante di dignità e prestigio… Il maestro è, dunque, colui che
guida, spiana il cammino; un compito delicato il suo, caratterizzato
dalla piena condivisione di ciò che insegna. Il vero maestro,
infatti, è colui che dapprima cerca di migliorare se stesso e poi
indirizza il proprio intervento sugli altri. La storia della
pedagogia ci insegna che i veri maestri sono coloro che sanno
instaurare un rapporto relazionale significativo con l’alunno e
rappresentano per lui un valido modello di riferimento. Per essere
maestri occorre, quindi, avere un ideale di vita e, attraverso
l’insegnamento e l’esempio, produrre nell’alunno il desiderio di
condividerlo. Perché nessun maestro può imporre, ma nel rispetto
della libertà individuale, deve solo condurre per mano l’allievo sui
sentieri della vita, indirizzare e non coercizzare, condividere e
non imporre. Il maestro unico, che ha lasciato una traccia
indelebile nella storia della scuola italiana, oggi ritorna, ma, a
mio avviso, non può essere considerato un nostalgico ricordo del
passato: gli si deve restituire la dignità e la professionalità che
ha sempre avuto e perché ciò sia possibile è necessario che siano
chiare le mete da raggiungere, tenendo conto delle mutate esigenze
sociali e, soprattutto, delle richieste educative, urgenti, del
bambino. Chi vive nella scuola e viene a contatto con un’infanzia
sempre più problematica e indifesa comprende i cambiamenti che si
sono verificati e sa che il modo di “fare scuola “ non può essere
simile a quello del passato. Una scuola al passo con i tempi deve
necessariamente considerare che, accanto ai cosiddetti “saperi
tradizionali”sono necessari lo studio delle lingue, dell’informatica
e delle scienze, che l’educazione civica deve avere un ruolo
determinante per formare “persone”capaci di vivere in modo positivo
nella società e che il sapere non può essere disgiunto dal “saper
fare”… Per garantire percorsi formativi idonei non è più
sufficiente il maestro unico “tuttologo”: occorre affiancargli i
cosiddetti “specialisti”, che mettano al servizio dell’alunno le
loro specifiche competenze. La scuola del “leggere, scrivere e far
di conto”, delineata dai programmi del 1955, era valida per quella
società ed è lapalissiano affermare che in mezzo secolo di storia la
ricerca pedagogico-didattica ha raggiunto nuove acquisizioni. Questo
non significa negare la validità del maestro unico, soprattutto
nelle prime classi: se ben preparato, egli consente quel processo di
identificazione necessario ai bambini per cominciare a rispettare
delle regole e per sentirsi affettivamente protetti. Sono
convinta che i maestri che possono fregiarsi di tale titolo esistono
ancora e che, anzi, oggi più che mai sono in grado di incidere
positivamente sulla formazione della personalità dei bambini.
Fondamentale è sempre la relazione educativa e la trasmissione del
cosiddetto “curricolo implicito”, che è il patrimonio personale di
ogni insegnante, più o meno inconsciamente proposto agli alunni.
Vivere il mondo della scuola con passione, cercando di tenere ben
saldi i punti cardine del proprio operare, è la premessa
indispensabile per sentirsi maestri a pieno titolo. Avvertire
l’entusiasmo del coinvolgimento, la consapevolezza che spesso i
bambini ti guardano per scrutare il tuo comportamento e tu non puoi
tradirli perché faresti del male a te stesso e a loro; comprendere
che anche una parola fuori posto può ferire un alunno ed aver
coscienza del fatto che nelle gioie e nelle fatiche di ogni giorno
di scuola si realizza un incontro tra anime: questi sono i nostri
delicati ed autorevoli compiti. Rappresentiamo dei modelli di
riferimento e non dobbiamo mai dimenticarlo: è questa la grandezza
del nostro ruolo e l’impegno che ci deve animare è quello di cercare
di migliorare sempre noi stessi per rendere migliori i nostri
alunni. La fase critica che investe la nostra scuola rende
necessaria una rivalutazione del ruolo insegnante: maestri si può
diventare con l’impegno costante, la ricerca e soprattutto la
chiarezza degli obiettivi che si vogliono perseguire. Le motivazioni
pedagogiche che stanno alla base della rivalutazione del maestro
unico non sono state, forse, opportunamente definite, ma chi ogni
giorno si impegna nella scuola sa che le ripetute presunte
innovazioni hanno demotivato tanti maestri. Da maestra che opera
nella scuola da più di vent’anni e che è nata come maestra unica per
poi vivere tutte le novità nella scuola con l’entusiasmo della
neofita e a volte la delusione per i risultati non corrispondenti
alle aspettative, posso solo augurarmi che questo ritorno al passato
sia vissuto alla luce delle esigenze dei bambini. Il nostro ruolo è
determinante ai fini della formazione della personalità degli alunni
e noi non possiamo prescindere dall’ascolto, dal rispetto dei tempi,
dei ritmi e dei modi di apprendimento di ciascun alunno: garantire
una presenza stabile è anche utile per creare un clima sociale
positivo e disteso, nel quale sia data ad ognuno la possibilità di
esprimersi e di sentirsi compreso. La scuola, per espletare al
meglio il suo compito, ha bisogno di maestri che lo siano anche di
vita, che aiutino il bambino a fare del sapere il mezzo per vivere
meglio con se stessi e con gli altri, per costruire una società più
giusta e più a misura d’uomo,sempre orientati da alti valori. Più è
tempestivo l’intervento, più immediati saranno i risultati. I
maestri della scuola elementare, non solo quella di deamicisiana
memoria, ma anche quelli di più recente generazione (cito, fra
tutti, il maestro Gianni Rodari) sono quelli che insegnano agli
alunni a vivere semplicemente con il loro esempio e la loro gioia.
Non dimentichiamo che i bambini, anche se sono cambiati, sono sempre
bambini e riescono ancora a stupirsi e a fantasticare: non dobbiamo
uccidere i loro sogni, la loro voglia di crescere e di imparare, di
scoprire e di fare…non dobbiamo dimenticare che le loro tappe
evolutive devono essere rispettate senza inutili “bombardamenti
culturali”. La scuola primaria è la scuola dell’accoglienza e del
dialogo, dell’approccio al sapere intenzionale e motivato, della
socializzazione e della creatività; ha bisogno di guide serene e
motivate, che riaffermino la loro dignità nell’azione sinergica con
le famiglie, che tanto più ci apprezzano quanto più siamo capaci di
far comprendere la dignità del nostro ruolo e il rispetto per il
nostro operato. La storia è maestra di vita e ciò che di positivo
ci ha offerto il passato deve essere rivisto alla luce dei
cambiamenti sociali con gli opportuni adeguamenti, ma con la precisa
consapevolezza che i bambini hanno bisogno di saldi punti di
riferimento. L’importanza di chiamarsi “maestro” è, dunque, motivo
di orgoglio per chi ancora crede in questo ruolo.
Autore:
Aida Dattola, insegnante nella scuola primaria, laureata in
Pedagogia.
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